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Unita’ d’Italia e la morte di un albero monumentale
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IERI
OGGI

 

UNITA’ D’ITALIA E LA MORTE DI UN ALBERO MONUMENTALE

Nel 1861…150 anni fa, quando  il Veneto era ancora sotto l’Austria, è stato piantato un ippocastano in via Feltre a Belluno per ricordare l’Unità d’Italia e per ornare il giardino di una villa.
Nel 2008  l’albero è stato abbattuto per far posto ad un garage.
Il filosofo francese Gaston Bachelard nella “Poetica dello spazio” (1957) affermava: “l’albero ha sempre un destino di grandezza. Tale destino lui lo propaga e fa più grande ciò che gli sta attorno”
I bellunesi hanno subito percepito il significato di questa massima e  il grande vuoto subentrato dopo il taglio dell’ippocastano che  era diventato maestosamente imponente, mascherando con la sua ampia chioma i vicini  anonimi condomini che ora “brillano” con molta evidenza.
L’ippocastano dell’Unità d’Italia doveva essere preservato come albero monumentale  (censito, come tale, nel libro “Alberi Monumentali della Provincia di Belluno” – Ed. Agorà – 2007), ma anche come importante presenza nel verde urbano.
Nessuna sanzione risulta essere stata comminata a carico dei responsabili dell’abbattimento, nonostante lo preveda la normativa emanata in attuazione del Piano Regolatore del Comune di Belluno.
Le disposizioni stabiliscono infatti testualmente che “devono essere mantenute le alberature e la organizzazione del verde di pregio esistente nei parchi e nei giardini”
Molti si sono chiesti come possa essere stato permesso di tagliare impunemente questo importante patriarca vegetale e diversi cittadini hanno fatto sentire la loro voce accorata esprimendo vivaci proteste apparse ripetutamente sui giornali locali.
La poetessa Luigina Tavi  è intervenuta con il lirismo dei suoi versi dedicati all’Ippocastano di via Feltre che non c’è più e che oggi non possiamo onorare unitamente al ricordo dell’Unità d’Italia.

Agli Ippocastani di Via Feltre
uno con fiori bianchi grandissimi e uno più piccolo con fiori rossi, abbracciati uno all’altro.

E…me piasèa
vardar dì par dì
quele to “gemme” che,
ancora tel pien de l’inverno
le dèa segno de laoro…
del nostro viver.
Bastea caminar sot, sora pensier
E no vardar su par qualche dì,
che “lore” pian pian,
ma sguelte, le era cresseste e
le s-ciopèa fora,
su quel griso, come a zigar:
“riva Primavera”
E…co rivea l’utuno
ciolèe su quele castagnone,
bele, che parèa parfin
che qualchedun  vesse lustrà.
M’impienìe le scarsèle,
pensando anca a quei fior:
bianchi, rossi…
e al temp che và…
I ve à taià.

Con preghiera di cortese pubblicazione
Anacleto Boranga


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