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Gli shock sono come un trauma cranico


di Nicla Panciera (Da TuttoScienze, LA STAMPA mercoledì 14 novembre 2007)

 

Durante una passeggiata su un ponte sulla Senna il filosofo Blaise Pascal fu investito da una carrozza. Da allora, senza una sedia al lato destro del letto, non riusciva a dormire. Non mancano certo esempi famosi di disturbi che derivano dall'aver vissuto situazioni al di fuori della normalita', le «situazioni traumatiche». Tuttavia, fu solo davanti alle psicopatologie dei reduci del Vietnam che si cominciarono a studiare i disturbi post-traumatici da stress, codificati negli Anni 80. Guerre, terrorismo, catastrofi, aggressioni e violenze nelle citta' sono realta' che creano ferite psichiche spesso irrimediabili che, a loro volta, hanno pesanti conseguenze fisiche, con maggiori rischi di sviluppare determinate malattie, come quelle cardiovascolari e il cancro. Se oggi cresce il numero di chi ne soffre, si muovono i primi passi in questo settore interdisciplinare, che coinvolge psicologi, medici e neuroscienziati.
«Non sono matto. Il mio disagio e' normale, dopo quello che mi e' successo», si ripete, dimenticando che siamo animali in grado di affrontare ed elaborare tutti i tipi di eventi, anche i peggiori. Se l'elaborazione naturale non avviene, siamo pero' di fronte a una patologia.
Ancora una volta a soccorrerci sono le neuroscienze e le tecniche di neuroimmagine, che dimostrano come un evento traumatico abbia conseguenze sia funzionali sia strutturali sul cervello. «Notiamo aree sottocorticali che funzionano in maniera anomala, ma anche modificazioni strutturali come se il soggetto avesse subito un trauma cranico», spiega la neuroscienziata dell'Universita' di Siena Letizia Bossini. Un evento traumatico e' improvviso e minaccioso. Una delle conseguenze piu' frequenti e' il disturbo post-traumatico da stress, che inchioda l'individuo al dramma passato, facendogli rivivere ogni volta l'angoscia di quel momento. Alla base di questa patologia invalidante ci sarebbe un'atrofia dell'ippocampo, l'area cerebrale preposta alla formazione dei ricordi, e un'alterazione funzionale dell'amigdala.
Uno studio recentissimo dimostra che in seguito alla somministrazione a pazienti con disturbo post-traumatico da stress di farmaci antidepressivi (in grado di riattivare la produzione neuronale nell'ippocampo) si osserva un cambiamento nelle dimensioni dell'area atrofizzata in soli sei mesi. «Le conseguenze di un'esperienza traumatica sono anche fisiche: aumento della mortalita' a lungo termine e rischi cardiovascolari», spiega Angela Favaro del dipartimento di neuroscienze dell'Universita' di Padova, alla guida di un team che ha studiato i sopravvissuti della tragedia del Vajont, trovando una correlazione tra il numero di sintomi post-traumatici da stress e la presenza di disturbi fisici. La neuropsichiatra Rachel Yehuda, una delle massime esperte di disturbi post-traumatici da stress, alla guida del «New York Times Consortium for Trauma Treatment» creato dopo l'attentato delle Torri Gemelle, ha studiato le donne americane in gravidanza l'11 settembre: chi ha subito il trauma ha partorito figli piu' piccoli e con complicanze. Va detto che le differenze individuali sono importanti. Sono fattori genetici e ambientali a determinare il rischio di sviluppare la patologia, presente in media nel 60% di coloro che vivono un'esperienza traumatica.
«Nel caso dei campi di sterminio, stupro o violenze, le conseguenze sono peggiori, perche' si assiste a violenze tra conspecifici - spiega Angela Favaro -. Un fattore protettivo viene spesso da un'ideale, che fa stare meglio quando lo si persegue. Comunque, pensiamo ai veterani del Vietnam: a stare peggio e' chi ha commesso delle atrocita' o chi l'ha fatto perche' indotto», afferma la neuroscienziata, riferendosi a quelle situazioni in cui, a causa del gruppo, vengono meno le considerazioni morali dell'individuo. I fattori di rischio sono l'aver gia' subito dei traumi, l'essere vulnerabili, avere un carattere chiuso, ma anche eta' e sesso. «Se sono affaticato oppure ho dei disturbi che condizionano i miei tempi di risposta, le conseguenze del trauma saranno peggiori - concorda Letizia Bossini -.
Il cervello lavora su tempi brevi, miliardesimi di secondo, ed e' il tempo a fare la differenza: avere avuto modo di accorgersi della minaccia significa molto. Vorrei, pero', chiarire che riconoscere di avere un disturbo non significa essere deboli. Intervenire significa liberare il paziente dalla condanna a rivivere l'evento, restituendolo alla vita».

Tratto da TuttoScienze - www.lastampa.it

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