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Un grande studioso dimenticato

A oltre 80 anni dalla morte in pochi in Cadore ricordano l'archeologo
di fama internazionale Giacomo Boni

 

CARALTE: Ancora 50 anni fa, il giovane giornalista Fiorello Zangrando lo definì «uno dei figli più illustri che mai avesse avuto il Cadore». Ma, a più di 80 anni dalla morte, avvenuta nel 1925, in pochi sembrano ricordarsi di Giacomo Boni, archeologo di fama internazionale, che eccelse nell'arte della ricerca archeologica, Studioso di geologia, etnografia e linguistica, materie complementari alla ricerca archeologica. Si occupò pure di arte, politica, botanica, agricoltura, studi danteschi ed educazione popolare.

Ancora oggi, a Caralte, la famiglia Bon, che trae origine da un certo Zambon, nominato nel 1445, è presente e ben conosciuta. All'inizio dell'800 Giacomo Boni emigrò a Venezia ed impiantò dei magazzini di legname alle Zattere e alla Giudecca: il suo unico figlio maschio, Luigi, si diplomò capitano marittimo; ma, amico dei fratelli Bandiera, non volle prestare giuramento all'Austria. Rinunciò perciò alla carriera navale e trovò impiego presso un'azienda cadorina di legname in Calle Gradisca, dove venne ad abitare con la moglie Maria De Nardi da Ceneda, sposata intorno al 1850. Qui, il 25 aprile 1859, nacque Giacomo.

Fin da giovane il nostro fu un autodidatta, imparò l'arte della costruzione e studiò le discipline esatte e filologiche. La sua vita di scienziato e d'artista iniziò a 19 anni come operaio nel lavori di restauro di Palazzo Ducale; poi, fra il 1880 e il 1884, studiò architettura all'Accademia di Belle Arti, conducendo nel 1885 il primo scavo alle fondazioni del campanile di San Marco, anticipando il Dörpfeld nel metodo delle ricerche stratigrafiche.. Nel 1888 fu chiamato alla Direzione Generale delle belle arti come ispettore, compiendo importanti esplorazioni artistiche e restauri ed ideando nel contempo nuove forme legislative per la conservazione delle opere d’arte e delle bellezze naturalistiche. Studiando le antiche rovine di Roma, il Boni intuì l'esistenza nel Foro di ruderi più antichi, risalenti ad epoca anteriore all'Urbe, e nel 1898, ottenuta finalmente dal ministro Baccelli l'autorizzazione per una serie di nuovi scavi 'portò alla luce l'ara di Cesare e la cella sotterranea. dell' “Aedes Vestae". Nel gennaio dell'anno dopo vi fu il ritrovamento del "Lapis Niger". Quattro mesi dopo il Boni scoprì, sotto la platea marmorea, la famosa iscrizione bustrofedica, mentre nell'estate seguirono l'iscrizione di Lucio Cesare, il sacello di Venere -Cloacina, Regia, il pavimento del "Clivus Capitolino" e l'area del tempio dei Dioscuri. Dal gennaio 1900 al giugno 1902 gli scavi furono estesi a tutta l'area del Foro e della Velia, e nell'aprile 1902 egli rinvenne, presso il tempio di Antonino e Faustina, la prima tomba a cremazione. L'esplorazione del Foro fu ripresa fra il 1903 e il 1907, e in questo periodo vennero alla luce l'iscrizione di Nevio, i frammenti degli "Acta Arvalica", degli "Acta Triumphorum", dei "Fasti Consolari”e della "Forma Urbis".
Questa campagna archeologica, durata dal 1898 al 1907, rimane ancora oggi negli annali dell'archeologia: furono infatti scoperti e identificati monumenti noti soltanto di nome o non menzionati dagli antichi, fu accertata la rete stradale e sgomberata la parte settentrionale del Foro e si stabilirono i vari livelli storici tracciandone il piano altimetrico. Nel 1906, dopo aver rinsaldato la colonna Traiana, Boni fu incaricato dell'esplorazione del Colle Palatino. Nell'atrio imperiale rinvenne una costruzione ritenuta un labirinto idraulico e, sotto il triclinio, un appartamento con stanze da bagno. Nell'agosto 1913 scoprì pure una "tholos" con sottostanti cunicoli. Allo scoppio della Grande Guerra collaborò con l'Esercito ideando per i soldati una tuta bianco-azzurra, invisibile sulla neve, e la controscarpa impermeabile, ad imitazione della "caliga" cara ai legionari romani. Dopo una lunga malattia riprese l'attività archeologica nel 1916 e in seguito fu nominato dottore "ad honorem" dalle università di Oxford, Cambridge e Yale. Amico di D'Annunzio, Pio XI, John Ruskin e di Vittorio Emanuele III, nel 1923 fu eletto Senatore del Regno, spegnendosi a Roma il 10 luglio 1925. Due grossi volumi di E. Tea, di ben 1230 pagine, dal titolo "Giacomo Boni nella vita del suo tempo" (nonché la Treccani), rimangono i tramiti migliori per recuperare la memoria di colui che fu detto "poeta delle pietre".

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