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Lamon festeggia i novant’anni  di Massimo Facchin. 

L’artista pensa soltanto al lavoro con mille idee ancora in testa.

di Marcella Corrà (Corriere delle Alpi, martedì 25 aprile 2006)

Novant’anni e non sentirli, non avere tempo per riposare, per fare il pensionato.. Massimo Facchin ha tempo solo per fare l'artista, per dipingere, scolpire, disegnare, scrivere. Oggi, 25 aprile, Facchin compie 90 anni.
Per un combattente della seconda guerra mondiale, un reduce di Rus­sia che ancora oggi viene chiamato nelle scuole a parlare di quella terribile esperienza, compiere gli anni in un giorno così, è ancora più significativo.


Lamon, lo festeggerà durante il consiglio comunale. Rapporto conflittuale, quello con Lamon, a testimonianza che il detto "nessuno è profeta in patria" ha un fondo di grande verità. Un rapporto strettissimo, con la propria terra di origine, da cui trarre creta, marna e roccia da plasmare e scolpire o ricordi da mettere sulla carta e farne libri. Un rapporto difficile con molti compaesani che non riconoscevano nell'arte e nella cultura una scelta di vita, una professione` buona per mantenere una famiglia.
Negli anni Sessanta la decisione di trasferirsi a Belluno, dove vive in una casa che ha progettato e costruito con le sue mani. Impossibile non riconoscere la sua casa: a parte le sculture alle finestre, c'è un enorme mappamondo proprio di fronte alla strada: rappresenta lo studio e la passione degli ultimi venti anni di vita, passati a confutare le teorie e la pratica delle nozioni conosciute e insegnate sulla terra e sul sistema solare. Mappamondi simili occupano ogni spazio libero di una delle stanze del primo piano della casa, tutta dedicata all'arte. Congegni e marchingegni in movimento, costruiti da lui, e attorno scaffali e scaffali pieni di libri, di appunti, di disegni. E quadri e sculture in ogni stanza. Molti sono modelli da cui poi è stata tratta la scultura in bronzo, commissionata da enti o privati cittadini, altre sono statue, busti, figure di pietra.

Novant'anni? E dove sono? Nella prima stanza della casa ci sono tre busti di argilla («argilla speciale, di Bassano»). Ci sta lavorando in questi giorni, basandosi su alcune fotografie. In un'altra stanza c'è un dipinto ad olio, di due metri per uno, commissionato da una famiglia di gelatieri bellunesi. Un quadro pieno di colori e di vita, che racconta la storia dei committenti, la partenza dallo Zoldano dei gelatieri con il carretto per vendere le pere cotte, la gelateria in Germania, ai piedi di un castello, uno scorcio di Belluno. Deve consegnarlo tra pochi giorni: «Manca solo la vernice, poi è pronto».
E tante altre opere sono ammassate su scaffali o per terra. Raccontano una vita dedicata all'arte. «Avevo cinque o sei anni», ricorda Massimo Facchin, «ed ero con mia madre nei campi. Lei prese un po' di creta morbida e la trasformò in una mucca. Cominciai anch'io a modellare la creta». L'episodio di quella lontana infanzia è il primo capitolo del suo ultimo libro, non ancora dato alle stampe, in cui sono raccolti i ricordi dei primi trent'anni di vita, quelli tra-scorsi a Lamon. Si ferma accanto a una scultura di pietra, liscia e lucente. C'è un uomo raffigurato mentre lavora la pietra: «E' la prima o seconda scultura che ho fatto, era il 1959. Questo è mio padre».

Pietra e non marmo: «Ho provato una volta a scolpire il marmo di Carrara, è stata la prima e unica volta, quella è puina (ricotta, ndr)». Meglio la pietra, la roccia del Coppolo, il monte che sovrasta Lamon. «La pietra di Lamon è la migliore. Non ho mai trovato la cava, solo massi erratici caduti dal Coppolo e recuperati a Le Ei, a Sala, a Resenterra, lungo la Righ, nella Molina, un calcare bellissimo». Con quella pietra ha scolpito la figura del padre, ma anche molte altre opere, e tutto senza maestri, frequentando le scuole quando e come poteva.
Tra il1934 e il 1938 si diploma maestro, concentrando in quattro anni sette anni di studi. Poi arriva la guerra, compresi nove mesi in Russia: «Mi sono salvato anche grazie al fatto che da ragazzo avevo voluto a tutti i costi imparare il tedesco. Non volevo essere cieco e muto nella vita». Poi il liceo artistico a Venezia nel dopoguerra e alcuni anni alla facoltà di architettura finchè il rettore Samonà gli consigliò di continuare nella passione della scultura. E nel frattempo ha fatto il maestro in varie scuole di Lamon e del Feltrino. Poi, dopo il trasferimento a Belluno, l'insegnamento nelle scuole medie, fino agli anni Ottanta.
Che la scultura ce l'avesse nel sangue, non è difficile capirlo. Si perde ancora nei ricordi, Massimo Facchin: «A Lamon in Val del Bech c'era il poligono di tiro degli austriaci. Dietro le sagome c'era una roccia marnosa, friabile, dove andavano a conficcarsi le pallottole. Nelle fiere, da bambino, vedevo queste piccole statue di Sant'Antonio o della Madonna che mi piacevano. Prendevo le piccole statue, le comprimevo nella creta; facendo una impronta negativa. E lì facevo colare il piombo fuso dalle pallottole. Avevo otto, nove anni».
Dalla cava di pietra vicino a casa, dove il padre aveva preso i sassi per fare un muretto, ecco che arriva la materia prima da modellare. Da lì è cominciata la lunga vita artistica di Massimo Facchin. Impossibile farne l'elenco, si possono solo citare alcune opere, come le monete con l’effige di Papa Wojtyla che hanno fatto il giro del mondo, i monumenti al Mulo a Belluno, a Campagnolo, gli altorilievi sulla guerra in Russia, le 180 opere collocate fuori dal Bellunese, il Cristo ligneo nel museo di sant'Ambrogio a Milano, gli stemmi di tutti i comuni della provincia nella fontana di piazza dei Martiri, i disegni delle Case rustiche del Bellunese. E tanto, tanto altro ancora. Fino ai 150 acquerelli appena terminati, da cui ne verranno tratti sessanta che saranno ospitati nella mostra che Lamon dedicherà al suo grande artista, nella ex chiesa di San Daniele in occasione della prossima mostra del fagiolo.
Novant'anni sempre al lavoro, con mille idee in testa: «Non ho tempo per morire».


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