Zittiamo i canti delle balene e loro piangono per lo stress
Bioacustica.
Perdono l’orientamento e si feriscono a causa del frastruono
prodotto dall’uomo. A rischio i “dialetti” dei capodogli: sequenze sonore
diverse nel Mediterraneo e negli oceani
di Nicla Panciera (Da TuttoScienze, LA STAMPA mercoledì 26 settembre 2007)
nome e si scambiano
dati sull’ambiente e
per localizzare le prede
«Come abbiamo capito che
la popolazione dei capodogli
era più numerosa di quanto
credessimo? Ascoltando le
loro voci. Navigano a 900 metri
di profondità e quindi sono
invisibili, ma vengono traditi
da “segnali impulsivi”, i
clicks, che emettono a frequenze
da circa 500 Hz a oltre
30 kHz, ogni uno-due secondi
e che sono rilevabili anche
a decine di chilometri di
distanza».
A intercettare le conversazioni
dei più grandi mammiferi
marini dopo le balene
è Gianni Pavan, biologo
marino e direttore del Centro
Interdisciplinare di Bioacustica
e Ricerche Ambientali
(CIBRA) dell’Università
di Pavia.
Oltre ai rumori dei propulsori di navi e sottomarini spiati dai militari, nelle profondità oceaniche ci sono anche musiche più piacevoli. Sono le voci degli animali che comunicano tra loro: dai canti dei maschi di Megattera, che nella stagione riproduttiva dedicano alle femmine canzoni udibili a centinaia di chilometri, fino alle emissioni impercettibili dello Zifio, specie ritenuta da sempre «silenziosa» per via delle sue immersioni estreme e di cui invece è stata registrata la voce per mezzo di sensori sul dorso; dai segnali a bassissima frequenza delle balenottere del Mediterraneo fino ai fischi modulati delle Stenelle, rilevabili anche a un centinaio di metri.
Da questi «discorsi» si deducono molte informazioni. Per esempio i suoni emessi da un capodoglio rivelano la dimensione, e quindi il sesso, dell’esemplare, lo localizzano e permettono di seguirlo. Da speciali sequenze ritmate di clicks chiamate «coda» si capisce la loro provenienza. La «coda» tipica del Mediterraneo è «3+1», cioè 3 click seguiti da una pausa e quindi da un quarto. Nei diversi oceani si trovano invece altri «coda», con percentuali variabili. «Ecco perché l’osservazione nel Mediterraneo di un’alta stabilità del “coda” tipico potrebbe indicare una parziale segregazione della popolazione», spiega il biologo, che insegna Bioacustica Terrestre e Marina a Pavia.
Ma che cosa comunichino
davvero gli animali è ancora
difficile a dirsi. «In alcune
specie di delfini ci sono segnali
individuali stabili e riconoscibili
e anche in altre specie
sembrano essercene. In
alcuni casi riconosciamo segnali
legati a specifici comportamenti,
quali richiami
sessuali, segnali di ricognizione
ambientale e di individuazione
e cattura di una preda -
l’ecolocalizzazione - mentre
in altri si tratta di segnali di
disagio».
Lo stress, infatti, è solo
uno degli effetti, e il più blando,
del rumore di origine antropica
che minaccia la vita
dei mammiferi marini. E’ come
l’inquinamento acustico, a
cui siamo esposti nelle città,
ma il cui impatto può essere disastroso
per gli animali in acqua.
«Sia episodi acuti, come
sonar e prospezioni sismiche
con “airguns”, sia il rumore
diffuso da migliaia di navi in
navigazione e dal traffico diportistico
possono causare
spiaggiamenti, lesioni all’apparato
uditivo, fino alla sordità,
oltre all’impossibilità di comunicare
su questioni vitali, come
nutrizione e accoppiamento,
mettendo a rischio la sopravvivenza
- spiega Pavan -.
Il potenziale di comunicazione
per molti segnali delle balene è
di centinaia di km, ma può essere
ridotto dal rumore di fondo
prodotto nell’ambiente dall’uomo
». Ecco perché - spiega
- è necessaria una legislazione
europea in materia, «come già
è avvenuto negli Usa con il
“Marine Mammals Protection
Act”, che impone la valutazione
dell’impatto ambientale delle
azioni umane in mare».
In acqua, infatti, la comunicazione
acustica svolge un ruolo
fondamentale: l’elevata velocità
di propagazione, 1500 metri
al secondo, quasi cinque
volte maggiore che in aria, e la
scarsa attenuazione con la distanza
consentono un’efficace
trasmissione dei suoni. A studiarli
è la bioacustica, connubio
tra fisica e biologia, con cui
si cerca di capire come gli animali
regolano i comportamenti
individuali e sociali, la loro
distribuzione e, quindi, anche
le aree da cui l’uomo dovrebbe
stare alla larga, oltre alle «dosi
» sopportabili di rumore.
«Oggi la partita da giocare è quella della coesistenza tra esigenze conflittuali, sia umane sia animali - sostiene Pavan -. Le nostre attività e i cambiamenti climatici influenzano sempre di più la vita dei mammiferi marini e, allo stesso tempo, si devono studiare gli equilibri degli ecosistemi». Per questo la ricerca è essenziale: sappiamo troppo poco sulle specie dei mari. «Solo un ampio programma di monitoraggio e tracking acustico, anche in sinergia con le tecniche di ‘radio tracking’, potrebbe darci informazioni definitive, ed essenziali, per la tutela di questi grandi animali e dei loro habitat». Un successo inaspettato è venuto dal progetto Nemo, condotto dai laboratori INFN-LNS di Catania: una stazione acustica al largo della costa siciliana per lo studio dei neutrini «ha rivelato una massiccia presenza di capodogli», racconta il direttore del Cibra, che sta analizzando i dati. E intanto collabora con il ministero dell’Ambiente per la «Banca dati nazionale sugli spiaggiamenti di mammiferi marini». Proprio al Cibra, dal 15 al 18 settembre, si è tenuta la 21ª conferenza internazionale di Bioacustica (l’Ibac), dedicata ai temi più avanzati della bioacustica, spaziando dagli infrasuoni delle balene fino agli ultrasuoni di pipistrelli e delfini, senza dimenticare gli studi sul canto degli uccelli e, anzi, integrando le ricerche nel quadro più ampio dell’ecologia acustica, dei paesaggi sonori e della biodiversità acustica.
Chi è Pavan Biologomarino
RUOLO: È PROFESSORE DI BIOACUSTICA
TERRESTRE E MARINAALL’UNIVERSITÀ
DI PAVIA E DIRETTORE DEL CENTRO
INTERDISCIPLINARE DI BIOACUSTICA
E RICERCHE AMBIENTALI (CIBRA)
RICERCHE: LINGUAGGIO DEI CETACEI
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