La nostalgia dei miti.
Cent’anni di fantasmi buzzatiani nella Val Belluna
Nell’estate del 2006, in occasione del centenario della nascita di Dino Buzzati, Giorgio Serena, pittore trevisano, realizzò un ciclo di ventun quadri, tutti ispirati ai luoghi, alla vita, all’opera, dell’amato maestro bellunese. Le opere furono presentate in mostra nella suggestiva ambientazione del Granaio di Villa Buzzati S. Pellegrino. L’esposizione, dal titolo La nostalgia dei miti. Cent’anni di fantasmi buzzatiani nella Val Belluna, fu a cura di Gianluca D’Incà Levis.
Giorgio Serena è nato a Tv nel 1969. Vive a Castelfranco Veneto. Laureato in Storia dell’Arte Contemporanea, è stato gallerista. Con l’educata tenacia di una potenza raffinata, si dedica alla pittura, alla scrittura, alla musica, alla citazione, ai pellegrinaggi artistici.

La nostalgia dei miti.
Cent’anni di fantasmi buzzatiani nella Val Belluna
Introduzione al ciclo d’opere che Giorgio Serena ha dedicato a Dino Buzzati, nell’anno del centenario della nascita.
La verità è che i grandi poeti non muoiono;
sono presenze perenni: hanno solo bisogno
di un’opportunità per tornare fra noi in carne
ed ossa…, a narrarci i loro mondi…
(Giorgio Serena)
Ancor prima che pittore, Giorgio Serena è un cercatore, un selezionatore assai critico, di sensibilità artistiche affini alla propria.
Da anni egli si dedica sistematicamente all’esplorazione, ed alla frequentazione, di quegli autori - musicisti, narratori, poeti, pittori – in cui più evidente e forte è la consonanza con la propria poetica di fondo.
Esattamente al contrario di una certa arte istintiva, impersonale, oggettiva, diffusissima nell’ultimo mezzo secolo, che pone al centro del proprio agire l’equivalenza e la casualità dell’oggetto dell’ispirazione artistica, Serena, tenacemente inattuale, continua a pretendere che il senso del proprio operare debba scaturire da motivi scrupolosamente fondati su verità, valori, memorie strutturate. Che, quantomeno per sé stesso, esista una gerarchia delle azioni artistiche. Che, rispetto alla propria precisa configurazione estetica, culturale, psichica, spirituale, alcuni soggetti siano più impellenti, più “giusti”, più necessari, di altri.
Che tutto il resto quindi possa – debba - essere trascurato.
Serena non è un pittore ad intermittenza: egli abita stabilmente, ostinatamente, lo spazio della propria sensibilità artistica.
Lo abita volentieri, questo spazio poetico, perché in esso egli cessa di essere solo. Lì dentro, al riparo dalle brulle fiacchezze di una quotidianità di sussistenza, fatta di atti privi di una sufficiente qualità estetica - e perciò etica - , di vociare confuso, di strepito e disordine, di relazioni triviali, lì dentro dicevamo, lo affiancano, lo accompagnano, gli autori che più egli sente vicini a sè.
E’ una specie di comunità ideale, quella in cui Serena si ritira, dove sensibilità sorelle si riconoscono, e dialogano tra loro. In questo spazio extramondano, con-sentito, sorta di romantica assemblea ultracorporea di spiriti fratelli, egli può rivolgersi, di volta in volta, a suo piacimento, ad uno qualsiasi tra gli altri spiriti affini. A Nievo, a Calvino, a Beckett; a Mahler o Schubert; a Buzzati.
Una volta condotto da Serena all’interno del serraglio poetico degli eletti, il nuovo autore non ne uscirà mai più. Si tratta del riconoscimento definitivo di una parentela. L’affermazione di questa vicinanza è un atto estremamente resposabile: di essa non potrà andar perduta la memoria.
I grandi poeti, ci dice in epigrafe il protagonista di un romanzo incompiuto di Serena, a lui molto somigliante, “…non muoiono … hanno solo bisogno di un’opportunità per tornare fra noi in carne ed ossa …”.
E quest’opportunità, che è anche la conclamazione definitiva e pubblica di un rapporto dapprima seminale, poi di autentica coincidenza estetica, è da Serena offerta ad alcuni di loro attraverso l’atto finale, affermativo e celebrativo, di un ciclo pittorico dedicato.
Il ciclo è quindi sicuramente omaggio, tributo, all’autore di riferimento.
Ma è anche momento di tracimazione creativa, espulsiva, di Serena. Il tributo quindi, in una certa misura, è anche a sé stesso. Nel momento in cui Serena è pronto a realizzare il ciclo, egli è nell’assoluta impellenza di doverlo fare. L’autore prescelto è oramai interamente dentro di sé; ogni particella della sua sensibilità è stata acquisita, con-sentita; le due singole essenze poetiche sono allineate, perfettamente sovrapposte, divenute una; la fagocitazione, la cannibalizzazione, potremmo pur dire, se volessimo guardare alla voracità educata ma implacabile con cui Serena ha sentito di dover introiettare il maestro, è completa, e la fase della realizzazione pittorica viene ora a coincidere con una digestione rimetabolizzante dei contenuti acquisiti. In questa maniera essi vengono rivisitati attivamente, obliterati, riattivati, intensificati. All’autore celebrato è donata una nuova declinazione del proprio esistere poetico, una nuova manifestazione. Traducendolo in sé, Serena l’ha rivitalizzato.
Al tempo stesso, operando con l’educata tenacia di una potenza raffinata, senza mai scorporare la devozione dalla cura, giacchè i due spiriti son venuti a coincidere, egli ha celebrato anche sé stesso, evitando di compiere un’azione di semplice, passiva, venerazione.
Solo ora Serena, passato attraverso il vaglio, il filtro amico, del nuovo autore, arricchitosi di questa forte esperienza di condivisione, potrà, senza nulla dimenticare, andare oltre, a cercare un nuovo valoroso obiettivo su cui concentrare il proprio spirito di predazione filiale, il suo sguardo fissativo.
La Nostalgia dei Miti è il titolo del ciclo d’opere che Giorgio Serena ha dedicato a Dino Buzzati.
Anche l’amore di Serena per Buzzati è figlio di quell’affinità poetica di cui abbiamo detto. L’artista Serena ha dapprima colto, amato, l’artista Buzzati. L’ha sentito parte di sé, spirito omologo. Perlustrandone le latitudini narrative, e figurative, ne ha condiviso i toni, gli accenti, perdendosi volentieri in quei meandri avvertiti come familiari.
Un certo sguardo misterico, intimista, riservato, fantasmatico; le tracce di un destino paradossale, di una ragione, riposta dietro, o dentro, al fondo delle cose note, ed amate; la ricerca continua del genius loci, di quei luoghi intensamente vissuti nel corso di un’infanzia mai dimenticata, o piuttosto sempre rimembrata; l’investigazione sulle radici fondative, sul mito, sulla fiaba; le pervasive venature metafisiche; la totale assenza di eccessi di lirismo, di declamazioni stentoree, pur all’interno di quella caratteristica bizzarria nordica attraverso cui si propagano talvolta gli allarmi, gli incubi, le ansie, mai gridate, di Buzzati; il sussurrare con garbo le proprie verità, o domande… la semplicità apparente, che non può mai mascherare un universo esistenziale di grande complessità; la magia, altrimenti detta poesia, come unica vera pregna realtà; la nostalgia, soprattutto…
Sono questi alcuni dei temi cari a Serena, che egli ritrova in Buzzati.
Una certa retro-versione, uno sguardo al passato, alla memoria, è cosa che accomuna i due autori: entrambi, scopriamo indagandoli, fin da molto piccoli, già usavano riandare col pensiero alle situazioni passate, ai luoghi vissuti, indugiandovi, percependo dolorosamente la solitudine immanente all’attimo trascorso.

La nostalgia, per Serena, non è un estenuato passatempo decadente, un atteggiamento estetizzante, uno snobismo.
E’ piuttosto un’autentica modalità esistentiva; una delle caratterizzazioni più forti del suo essere uomo, prima ancora che artista; uno dei modi della sua psiche, della sua poetica, della sua anima. Essa è spleen, dolore per il ritorno, ma è anche consapevolezza dell’acutezza della propria sensibilità rispetto a ciò che di cui si riconosce il valore, e che si avverte come mancante: da tale coscienza deriva anche, perciò, un piacere.
La nostalgia è il fulcro di un’estetica, quasi di un’ontologia del recupero.
Inoltre, la memoria, che della nostalgia è il presupposto, genera identità, quindi moralità.
In questa visione, il presente è meno pregnante, meno vivo, ed in ciò meno reale, del passato; o meno vero, in quanto più reale. Il mito, la magia, provano a tenere a bada il reale, l’oggettivo, ciò che, non possedendo alcun potenziale evocativo, mai potrà contenere alcuna memoria viva.
Nel 2003, Serena ha già deciso che nell’anno del centenario della nascita di Buzzati egli dovrà essere pronto a celebrarlo, e che la celebrazione dovrà avvenire nel luogo natale dello scrittore.
Inizia così la serie dei suoi pellegrinaggi artistici nei luoghi della memoria. Mentre visita i luoghi della Val Belluna in cui Buzzati nacque, visse, tornò, cercò a lungo, Serena non è ancora pittore. E’ piuttosto sacerdote, officiante, sciamano, mistico. Come tale, egli si appresta a compiere quella pratica rituale che lo condurrà ad acquisire l’indispensabile corredo fisico di memoria:
la memoria è il senso
i luoghi serbano la memoria
contengono la memoria
sono la memoria
i luoghi sono la terra
la terra è tutto, fuorché inerte
la terra è la memoria
la terra è il senso
Fortemente legato al valore testimoniale dei luoghi, intesi quali eterni custodi silenti della storia – delle storie - , permeati da esperienze animate, Serena raccoglie, ed è questa una sua pratica abituale, alcuni sacchi della terra calcata, abitata da Buzzati. Perlustra gli angoli in cui lo scrittore visse, si sedette, si ispirò, fu sepolto, e da ognuno di essi porta via un po’ di quella speciale terra, in cui se ne conserva, vivo, il ricordo.
Appropriandosi della terra, egli si appropria di una traccia reale dello spirito buzzatiano.
Portare via la terra, significa garantirsi un supporto prezioso, quell’ingrediente alchemico necessario alla preparazione del crogiuolo pittorico; equivale a catturare l’elemento-scaturigine, la molecola carica di vita, l’atomo buzzatiano.
La terra è al tempo stesso realtà e simbolo; è la base magica, l’elemento vitalizzante, che serve a portare la vita all’interno del quadro, e quindi a giustificarlo. E’ pasta di golem, conduttore mistico capace di conservare la radiazione fossile. Dopo aver agito sopra alla Terra dei Luoghi, con tutta la dedizione propria di una magica pratica artistica, e dopo averci infuso il proprio sguardo, l’occhio ri-creativo, una volta effettuato il sortilegio, fissandola sulla tela, ecco che quella terra diverrà l'anima del quadro, il fantasma buzzatiano, il fondale materico sacralizzato su cui potrà infine agire l’artista.
Solo ora infatti, dopo che il poeta ha attinto i propri nutrimenti, saziandosene alla fonte delle affinità elettive; e dopo che il sacerdote della memoria ha invaso, e come innescato, il muto supporto della tela, impastandovi la terra mistica, solo ora giunge il pittore, libero finalmente di agire con gli strumenti suoi propri: il colore, i segni, temi e scampoli di narrazioni.
Il terzo grado, nella stratigrafia dell’opera, è da Serena affidato al colore. Assieme alla tela, ed alla terra, il colore viene a completare una fase compositiva ancora preparatoria.
Esso, a tratti con grande intensità cromatica, altre volte più delicatamente, ma sempre attraverso una stesura lavorata e mai piana, invade la parte centrale della tela, lasciando integra la cornice esterna di terra.
Tonalismi espressionistici meno sapientemente, meno efficacemente eseguiti, costituiscono spesso, per molti artisti di scuola, opere finite pienamente soddisfacenti.
Ma nel caso di Serena, come abbiamo visto dall’inizio, l’Idea, l’estetica, la filosofia dell’agire artistico si fondano su di un’architettonica delle significanze assai più articolata e complessa.
Fino a qui, l’opera non è conclusa: essa deve ancora accogliere numerosi fondamentali oggetti, portatori di senso, di memoria.
I campi di colore, talora incendiati, talora più tenui, in quest’ultimo caso a tutto vantaggio del potenziale espressivo della terra, che può così emergere dal sottosuolo, spaccandosi, e manifestandosi come tellurica forza primigenia, sono necessari al concepimento, al completamento, di uno spazio della rappresentazione.
Su questo sfondo di colore dunque, rettangolo centrale che la scura cornice esterna contribuisce a trasformare in scena, in quinta teatrale, compaiono infine gli oggetti della figurazione. Tali oggetti, nell’opera di Serena, sono ricorrenti.
Si tratta di presenze codificate che tornano, ciclo dopo ciclo, a rappresentare i temi esistenziali predominanti.
Una parte della loro essenza, quella figurativa, appare verosimigliante: in quanto riconducibili a luoghi, architetture, cose, personaggi, gli oggetti risultano in prima istanza riconoscibili.
Su questa base di riconoscibilità però, Serena opera con distorsioni e stilizzazioni che arricchiscono tali oggetti di una componente profondamente simbolica.
Essi vengono da ciò caricati di un senso ulteriore, quello che l’artista tiene ad evidenziare.
Così, le riproduzioni di architetture esistenti, divengono i templi della memoria, i luoghi buzzatiani; la rappresentazione stilizzata di una sorta di uomo giacomettiano, il simbolo della solitudine umana, dell’essere gettato nel mondo; ancora il tema della solitudine, e dell’abbandono, è nelle spoglie alberature ricorrenti.
Vi è poi una figura particolare, che fa la sua comparsa proprio nel ciclo pittorico dedicato a Buzzati.
Si tratta dell’uomo-violino; in numerosi tra i quadri della serie, all’estremo margine inferiore della cornice di terra, l’autore inserisce una statuina apotropaica, modellata nell’argilla, ispirata all’iconografia celtica. Oltre a motivi spaziali e compositivi, l’archetipo dell’uomo-violino interessa a Serena per un altro motivo: esso è il prodotto figurativo di una cultura antropologica fortemente radicata alla terra, all’origine arcaica, al rispetto ed alla celebrazione dei luoghi. Il pittore sa bene come la spiritualità terrena, naturale, spontanea, dei Celti, attraesse anche Buzzati, che la sentiva più vicina al proprio modo d’essere, di percepire l’anima dei luoghi
- dei suoi boschi e delle sue montagne - , rispetto alla religione tradizionale, irta di rigidità dogmatiche, e dis-integrata rispetto alle cose della terra.
Anche l’ultimo dei pochissimi oggetti di senso ammessi da Serena ad abitare quello che ormai ci appare chiaramente come il luogo spirituale del proprio quadro, è stato dunque condiviso con Buzzati.
Gianluca D’Incà Levis, luglio 2006
Potete vedere l'intera galleria dei dipinti nel sito dell'artista:
A Dino Buzzati
Nostalgia dei miti: http://www.giorgioserena.net