Lungo
il percorso della ricerca
di Daniela e Marina Pivetta
Pochi giorni prima di morire raccontava della sua felicità nell’essere
finalmente riuscito a capire cosa voleva dalla pittura. “Ci sono
vicino, diceva, forse a cento anni ci riuscirò”.
Sembrava scherzasse con quel suo modo di ironizzare sempre su se stesso.
Ma non scherzava. Era convinto di quello che diceva.
Convinto, forse, di essere eterno come quell’arte che tanto ricercava.
Per questo, anche nel varcare l’ultima soglia l’abbiamo voluto
con i pennelli in mano. Ma come si fa a non ricordarlo in piedi, davanti
al suo cavalletto, con quelle sue grandi mani, che col passare degli anni,
diventavano sempre più grandi in un corpo che si andava rimpicciolendo.
Ma il tempo, come la salute, era una variabile imperscrutabile: o minimizzava
o trasformava anche un piccolo malessere in un dramma familiare in cui
tutti dovevano essere coinvolti. Oppure perdeva di vista la realtà,
come quella volta che, ricoverato in ospedale per alcuni esami di controllo,
si era lamentato perché costretto in una stanza dove con lui, più
che ottantenne, c’erano “troppi vecchi”. Erano tutte
persone di vent’anni più giovani.
La vecchiaia per lui non era una dimensione del tempo, ma uno stato dell’anima.
si sentiva eterno, calato però in una perpetua giovinezza, dove
curiosità, stupore e ricerca gli facevano vivere solo il presente.
Un presente dilatato fino ad assorbire passato e futuro. Memoria e progetto
si trasformavano in una continua invenzione. Non gli bastavano tele e
colori, aveva bisogno di creta, di legno, di fili di ferro. La creta però
doveva essere cotta per essere trasformata in ceramica. Perché
allora non inventare o trovare qualcosa che la sostituisse? Qualche cosa
di più economico. Allora, quando gli venne questa idea, in casa
c’era solo lo stipendio da insegnante di disegno della mamma. Si
era messo in testa di trovare una pasta che fosse simile alla creta ma
che non avesse bisogno di essere passata al forno, ma solo fatta asciugare
perché la si potesse dipingere, garantendone, volendo, anche la
lucentezza. La base era quella di uno stucco del Settecento da lui però
riveduto e corretto. Nasceva così un amalgama fatto di farina di
grano, acqua e colla da falegnami simile ad un purè. Poi la mescolava
a gesso nello stesso modo in cui la nonna impastava la farina con le uova
per fare le tagliatelle. Otteneva così una sfoglia sottilissima
che utilizzava, avvolgendola su fili di ferro. Infine dipingeva l’oggetto
con tempere e le ripassava con la vernice per renderle brillanti come
una ceramica. E’ così che la cucina di Venezia e il suo laboratorio
(non lo ha mai chiamato studio, troppo da intellettuale) si trasformarono
in un laboratorio alchemico. Già, la casa di Venezia! Le finestre
della cucina davano sul Sottoportego del Cristo dietro la Fenice, mentre
il laboratorio del papà aveva le finestre sul giardino. Quella
stanza era stata, fino a non molti anni prima, il rifugio segreto della
Fofa, come la chiamavamo. La signora Sofia Schott era una ebrea che durante
la guerra era stata nascosta in casa nostra e che poi era rimasta con
noi: una vecchina, piccola, magra, tutta vestita di nero. Un ricordo impastato
con i risotti allo zucchero e le storie. Storie e favole non mancavano
mai in casa. Il papà, tutte le sere, ci faceva addormentare con
due favole. Una per ciascuna. Eravamo noi a decidere i protagonisti e
lui inventava intrecci inverosimili che ci coinvolgevano fino al sopraggiungere
del sonno. A volte gli chiedevamo di raccontarci delle storie di guerra.
Cominciava dicendo che la cosa che gli riusciva meglio era fare “l’imboscato”
oggi si direbbe l’obbiettore. Per lui solo una cosa si poteva fare
con il fucile: sparare a terra, fare dei buchi, piantare dei fiori. Odiava
la guerra. Riuscì a non partire per la Iugoslavia impegnandosi
in una miniatura che ritraeva la moglie di un ufficiale. Lavorò
così a lungo che, prima di lui, partì per il fronte l’ufficiale.
Il papà rimase in Italia. La miniatura con la sua cornice d’avorio
in casa nostra. C’era anche un altro episodio che gli piaceva raccontare.
Da Venezia era andato a Feltre a trovare i nonni. Di notte, durante una
retata, le SS lo presero assieme a molta altra gente. Il camion era diretto
in Germania. Ma, a Fastro, i soldati chiesero se tra i prigionieri c’era
un ingegnere o un geometra. “Io so disegnare” disse il papà.
Lo fecero scendere. Così, di giorno disegnava gallerie e cunicoli,
di notte, ricopiava i disegni e li portava, nascosti nella canna della
bicicletta, ad una postazione partigiana.
Quando le SS se ne accorsero, riuscì a scappare grazie ad un tedesco
che era diventato suo amico.
Erano i primi anni Cinquanta quando il papà arrivò a casa
con un proiettore: per quasi un anno, ogni sera, sulle tende della cucina,
trasformate in schermo, ci gustavamo le pellicole da otto millimetri prese
in affitto come oggi si prendono le videocassette. Le prendeva in un negozio
che le affittava ai circoli del cinema e alle parrocchie. Forse allora
non ci rendevamo conto del privilegio culturale che il papà ci
stava regalando. Erano gli anni delle prime televisioni, ma il papà
pensò che fossero più divertenti le comiche, così
ci potemmo gustare tutti i film con Stanlio e Ollio, quelli con Charlot,
insomma tutto il repertorio del muto.
Fu in quel periodo che il papà abbandonò la pittura: doveva
contribuire in modo più fattivo all’economia familiare. Noi
stavamo crescendo e i soldi non bastavano mai. Così accettò,
come diceva “di andare sotto padrone”. Si mise a progettare
delle marionette per una piccola fabbrica di Venezia. Quando prese uno
dei suoi primi stipendi, veniva pagato a settimana, decise che lo avrebbe
tutto speso con noi due. Ci portò alla Standa che avevano da poco
aperto vicino a Rialto e comprò tanti giocattoli quanti ne poteva
acquistare con quella sua prima busta paga. Quella fu una delle poche
volte in cui vedemmo la mamma veramente arrabbiata. Minacciò di
metterci sul piatto, a cena, quello che avevamo comprato. A papà
piaceva giocare e giocava con noi, costruendo degli oggetti che poi utilizzava
anche per proporli come prototipi a ditte in grado di costruirli in serie.
Aveva anche costruito una bambola che camminava: sotto una gonnellina
rigida veniva inserita una ruota che, al posto dei raggi aveva delle gambine
munite di piedi snodabili alla caviglia, così, quando la si trascinava,
la ruota, girando, dava l’impressione che la bambola mettesse un
piede davanti all’altro. Sono stati anni belli, ma carichi di tensione.
Il papà in quel periodo si adattò a progettare mille cose
pur di riuscire a contribuire all’economia familiare. Non pensava
alla pittura come fonte di reddito. Ci teneva troppo. Non poteva accettare
alcun compromesso. Il denaro l’avrebbe inquinata. Mercato, galleristi,
critici, da lui non erano mai stati presi in considerazione. Un atteggiamento
che lo isolò. Rifiutò, così, di confrontarsi con
tutti quei fenomeni culturali e pittorici che si intrecciarono tra gli
anni Cinquanta e Sessanta e in particolar modo girò le spalle,
forse in modo troppo ‘aristocratico’, all’arte concettuale:
“intellettuali,diceva, gente che sa parlare, non dipingere!”
e cambiava discorso. Si avvolse su se stesso. In quegli anni, il suo pensiero
fisso era riuscire a trovare delle forme espressive che gli consentissero
il passaggio dall’oggetto artigianale all’oggetto d’arte.
Furono anni in cui accantonò pennelli e tele. Costruì, invece,
oggetti per allestire vetrine, arredò negozi, produsse centinaia
di soprammobili. bottoni, orecchini, collane. In quel periodo fece proprio
di tutto. Importante per lui era inventare sempre qualcosa di nuovo.
Un giorno arrivò nella casa di Mestre, anche Pinuccia Nava, quell’attrice
che aveva portato sul piccolo schermo Scaramacai, un pagliaccio pensato
per la tv dei ragazzi. A noi quel pagliaccio piaceva tanto e il papà
ne fece una statuetta alta circa venticinque centimetri e poi, come tutti
gli altri oggetti che faceva, li propose ad alcuni negozi di Venezia.
Pinuccia Nava li vide e pensò bene di farsene fare parecchie copie.
Alla fine degli anni Sessanta, quello che per tanto tempo aveva covato
sotto la cenere, cioè la passione per la pittura, riemerse.
Chiuso nel suo laboratorio aveva ripreso a dipingere. E, si chiudeva proprio
a chiave, non voleva che nessuno entrasse, né noi né la
mamma. Era come se volesse rimanere solo in questa rinascita. E’
così che iniziò una nuova metamorfosi. Forse era arrivato
ad una sua conclusione personale. L’arte non si faceva trovare nel
gioco con noi o nel lavoro per mantenerci, né nelle discussioni
fatte a tavola quando cercava di spiegarci che cosa significava per lui.
Forse la doveva cercare in solitudine. Una metamorfosi che si può
riscontrare anche nelle cose che allora ha dipinto: marionette spettrali,
statuette scarnificate tanto da mostrarne lo scheletro di filo di ferro.
Un mondo che, definitivamente, veniva così sotterrato. Passava,
in quegli anni, anche molto tempo a Castelluccio di Porretta Terme, un
paesino nell’Appennino tosco-emiliano, dove c’era la casa
della nonna materna. Ritorna così al paesaggio, ai ritratti, ritorna
a dipingere ciò che aveva dipinto fino al scoppio della guerra.
Parlava volentieri dei suoi quadri, di come li costruiva, di come ogni
segno, ogni colore fosse in funzione dell’altro. Nel sentirlo parlare
sembrava descrivere più degli spartiti pensati su lucidi, piuttosto
che delle tele dipinte. Nella sua pittura armonie o dissonanze si intersecavano
in un gioco di forme e colori inseriti in una struttura architettonica
puntigliosamente calcolata.
Parlando dei suoi quadri spesso si lasciava andare ai ricordi. “Da
bambino, raccontò una volta, facevo un sogno ricorrente. Avevo
ricevuto l’incarico di affrescare la facciata di un campanile. Mi
avevano fatto sedere su una sedia e con delle corde mi tiravano su, su
fino alla punta. E lì, mentre iniziavo a dipingere, un vento forte
mi faceva oscillare impedendomi di portare a termine l’opera che
tanto desideravo fare”. Speranze frustrate, sogni non realizzati.
Forse, solo così si può capire la sua felicità quando
gli è stata data da affrescare, in un piccolo paese di montagna
vicino a Belluno, la facciata di una casa più alta che larga. Finalmente
dipinse il suo San Cristoforo. E’ in questo periodo che ritorna
all’affresco. E lo fa perché viene a sapere che in zona ci
sono ancora delle buche per la calce che hanno decine di anni. “E’
una rarità, diceva, è quella la calce che bisogna usare
per impastare gli intonaci da affrescare. Quella industriale brucia i
colori e le terre, consegnando così agli anni solo l’ombra
del lavoro”. Degli amici gliela procurarono. Gli sarebbe piaciuto
lasciare in eredità tutta questa sua esperienza. Diceva: “l’arte
non la si può insegnare ma le tecniche sì, solo chi conosce
tutti i segreti di come ci si può esprimere può cercare
di fare qualcosa che si possa chiamare arte”, ma non lo fece.
Con l’insegnamento ebbe sempre un rapporto conflittuale: avrebbe
potuto fare l’insegnante di disegno, come la mamma, ma si rifiutò
di fare gli esami che lo abilitavano a questo lavoro. “Per fare
l’insegnante, diceva, bisogna avere delle certezze, io non ne ho”.
Quando morì la mamma, era il 1974, lasciammo la casa di Mestre.
Scelse di tornare a Feltre. Non lavorò più in casa come
aveva sempre fatto. Peregrinò per anni da uno studio all’altro
e finalmente approdò in via Paradiso 32: la sua torre. La raggiungeva
tutte le mattine in bicicletta. Pedalava velocissimo sia sotto il sole
che sotto la pioggia. Da ragazzo aveva fatto in bicicletta più
volte tutti i passi delle Dolomiti. Quante volte, nelle giornate di nebbia,
a Venezia, ricordava quelle sue montagne che cambiavano continuamente
colore: le si poteva vedere rosa, violacee, rosse, dorate o plumbee. Le
descriveva, a noi ancora bambine, come delle montagne magiche. Se si tranquillizzò
sulla scelta del luogo, non lo fece sulla pittura: quando non era soddisfatto
di ciò che dipingeva distruggeva la tela e cominciava a fare di
nuovo l’artigiano. Sì, è proprio questo che faceva:
. sfogava la sua ansia sulle cose: costruiva mensole, fabbricava carrelli
per spostare con facilità i colori, tagliava scatole e barattoli
per dividere pennelli e spatole, inchiodava aste di legno trasformandole
in cavalletti o in supporti per riflettori, capaci di illuminare a giorno
ciò che stava facendo. Poi, periodicamente, dipingeva tutto di
bianco, comprese le pareti. E, da capo, riprendeva a dipingere. Iniziava
quasi sempre con un autoritratto. Un modo per ritrovarsi.
Quando era in questo stato d’animo poteva dipingere ovunque e su
qualsiasi cosa.
Ultimamente la sua vista si era fortemente indebolita. Qualche volta bisognava
prestargli gli occhi per la scelta di una tinta, di una sfumatura che
lui aveva bene in mente ma che non riusciva a trovare sul piano di lavoro.
Non ci vedeva più come prima, e allora si era buttato sui colori
della memoria: alcuni ritratti non possono essere spiegati altrimenti.
E intanto continuava a fare progetti. Spesso progetti di mostre mai realizzate
perché i quadri non si accumulavano mai nel suo studio. Non riusciva
a tenerli, ad organizzarli, doveva darli via, magari regalarli, scambiarli
per un complimento o per una chiacchiera. Il quadro finito, per lui, perdeva
di senso. Se non glielo toglievi, spesso, finiva per ridipingerci su.
Perché, per lui, ogni quadro era un tratto del percorso della sua
ricerca. Interrogativo, quello sull’arte, che si riproponeva ogni
volta che si trovava davanti uno spazio bianco.
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