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Home / Arte e Cultura / Pittura / Francesca Lauria Pinter

... di lei è stato scritto ...



Francesca Lauria Pinter


1980, Mario Morales:
Francesca Lauria Pinter ha interpretato la natura dello Zoldano con viva partecipazione, tentando fermare sulla tela l'incanto delle valli e dei monti. Quadri concepiti con semplicità ed immediatezza e perciò più vivi e più veri. Non vi è l'impegno cerebrale, ma la spontanea lettura di un mondo ancora incontaminato. L'espressione pittorica è caratterizzata dalla purezza e dalla limpidezza del linguaggio che denota una sensibilità tutta femminile. Una sensibilità maturata attraverso esperienze diverse e molteplici che hanno visto operare la pittrice non solo nella provincia bellunese, ma in alcune regioni del Sud. I contatti con la realtà mediterranea sono riscontrabili nei dipinti più recenti, ove si notano colori più caldi (certi "rossi" servono a dare più calore e più vivacità).
Rimane comunque fermo il legame alla tradizione pittorica bellunese, come rivelasi in particolare in alcuni delicati paesaggi innevati. Riuscite le "nature morte", in cui l'equilibrio cromatico garantisce la "pulizia" dell'espressione.



1983, Antonio Miniaci:

Basta leggere quelle "poesie di montagna" per cogliere tutta l'essenza di cose piccole e grandi che si animano nel gioco di luci e di ombre per fissare il senso del tempo e della vita. E quei "sud" affioranti dal sobrio volgere di piani e di volumi filtrano sguardi sommersi, testimoni di una precari età ancestrale. Come quelle figure monocolori di donne che, nella loro profonda ragione di simbolo, rivelano il dramma infinito di una esistenza stentata e sofferta. Così, in un'atmosfera lirica di brani di paesaggi, forme pure e sensibili rappresentano ed esprimono un discorso antico quanto il mondo. In tale funzione di scoperta e di interpretazione impressionistica delle cose sta il messaggio teleologico dell'arte di Lauria-Pinter. E l'effetto è immediato. Come succede di fronte alla pittura quando è pittura.


Così dice di lui Adriana De gaudio 1983

… Ia pittrice si discosta dalla solita impostazione iconografica del particolare mediante la resa dei colori che rivitalizzano il tema attraverso l'impasto corposo dal quale affiora il rosso che dà vivezza, calore e anche luce, qualità espressive queste che traducono fattori psicologici in visivi e garantiscono le sicure qualità di una pittrice che ha dimostrato originalità e inventiva ...


Così si esprime Agostino Perale 1986

Francesca Lauria Pinter ha maturato un ulteriore, importante passo del suo cammino artistico, già ormai ben definito, superando quell'istintivo, mirabile pudore della produzione meno recente. Non riesco ( ... ma soprattutto non voglio) scoprire se ciò sia per istintualità inconscia, o per consapevole studio: mi riservo una successiva, felice verifica. Ma trovo in queste sue ultime "cose" una più affermata libertà sia lirica che di tecnica, una più aperta e variata stesura cromatica, una dimensione di più ampio respiro che coinvolge l'opera intera e meglio consente la conoscenza dell'artista.

Così ogni opera esige, oltre all'esame d'insieme, una indagine scrupolosa, quasi pignola, intesa a cogliere la raffinatezza degli accostamenti, dei graffi, della stesura della materia talora preziosa come gioielli antichi.

E ancora nel 1990 Agostino Perale:

Ritrovo Francesca sul sentiero di queste radiose giornate, che maturano definitivamente l'autunno, tutta tesa a nuove ricerche, a soluzioni intensamente volute di un mondo pittorico ormai sicuramente, serenamente acquisito.
Ma nuovi elementi pittorici e poetici si aggiungono: la .tonalità azzurro/opalirna del lapislazzulo che emerge per accostamenti, quasi rituali, a una sfumatura di oro antico per portici conosciuti e cupole appena sfiorate: quasi un impreziosimento inconscio, una quinta di spazi voluti.
1990, Agostino Perale



Per Paolo Rizzi 1991:

La pittura di Francesca Lauria Pinter penetra, appunto, dentro le fibre stesse della materia. Ne sono rimasto colpito. Apparentemente si tratta di paesaggi, cui s'aggiunge qualche figura: un modo che si potrebbe collocare nell'istintualità impressionistica, sorretta da un gusto estemporaneo nel cogliere il fenomeno del reale. Ma è la resa in sè della pittura che svela qualcosa di meno superficiale. Il colore ora s'addensa e s'aggruma, ora si dilata diluendosi in pulviscolo; e, sotto, un segno trepido, come una nervatura, scorre sulla forma. Par quasi che un fenomeno vitalistico pervada il tessuto cromatico, sfibrandolo fino a ridurlo a screziature e macchie, ad anfratti e screpolature. Allora mi rendo conto che la pittura diventa stato d'animo: si carica appunto di sussulti, di barbagli indecifrabili, di slittamenti psichici. E quasi uno sfogo patetico: un abbandono.
Tutto questo rientra nella civiltà del senso che è carattere peculiare dei veneti. Non c'è programmazione concettuale nella pittura di Francesca Lauria Pinter: c'è, semmai, estrinsecazione del gesto come moto dell'animo. Gesto che è improvvisazione: o meglio immedesimazione nei recessi più profondi della sensibilità. Che poi la pittura discenda da matrici meglio definibili sul piano storico, anche con riferimenti all'ambiente culturale bellunese, ha poca importanza. Ciò che conta è questa qualità di pungere sotto, di arrivare al tessuto più sensibile delle nostre reazioni. Lo stesso bisogno di avvicinare lo sguardo, per carpire il segreto di questo fermento esistenziale che si nasconde dietro le case o i sassi, le figure o le barche, insinuandosi persino nei paesaggi di maggiori riconoscibilità, è un bisogno di entrare dentro la pittura: percepirla come specchio sempre mobile di noi stessi. Francesca Lauria Pinter ci svela i suoi azzurri teneri sbiancati e contrappuntati da venature di bruni e di ocre: è il suo mondo, la proiezione del suo subconscio. Bisogno di comunicare: un'ansia di farsi intendere, ma anche di intendere se stessa, la sua voce silente.


Mario Morales 1991

Un linguaggio che - pur legato al vero - si risolve in composizioni essenziali, nelle quali la soggettività dell'intuizione elabora l'oggetto per interpretarlo con visione autonoma. Puoi sì notare nella sua produzione artistica l'immediatezza dell'impressionismo, i fievoli segni del retaggio culturale veneto e, perché no, bellunese, ma non puoi in ogni caso negare una singolare interpretazione della realtà.
Nei suoi dipinti le immagini, pur nate da un iniziale stimolo di rappresentazione, si attenuano via via nella ricerca di una purezza formale. I riferimenti con il mondo esterno tuttavia non pervengono mai ad un processo di assoluta defigurazione.
Ecco perché nei paesaggi che richiamano la costa sarda o quella calabrese hai modo di individuare i legami naturalistici in significazioni quasi simboliche quali l'asprezza delle rocce, la luminosità del mare e del cielo. Questo senso di luminosità è la nota dominante di tutta la sua pittura sia che esprima le luci della laguna veneta o il candore delle nevi dolomitiche. E ciò in virtù del gioco dei colori, ai quali sono affidati il superamento del dato naturalistico e la chiarificazione della propria intimità spirituale.


Giovanni Varanelli, 1992

Come nella poesia, in ogni espressione artistica lo spirito creativo prorompe e si risolve in una intuizione, in un flash, in un'immagine, dove, in perfetta sintesi, si condensano sensazioni e realtà. È quanto avviene nella pittura di Francesca Lauria Pinter, la quale non indulge a ritrarre particolari, a prospettare l'insieme di una visione, anzi della visione rarefà l'immagine, fino a diafanizzarla di contorni e di colori, e ad identificarla nella sensazione suscitata, in quel senso di onirico che pur si serve della realtà, ma per trasfonderla in oggetto di sogni ed aneliti dell'anima. In tal modo la pittura della Lauria Pinter diventa mezzo di espressione dell'anima che coglie nella realtà le voci di risposta ai propri interrogativi per dissolversi poi in serenità d'incanto, in movente di sensazioni dove si confondono in unico linguaggio, anima e cose. Pertanto, i colori, le immagini, gli schizzi, più che riflettere la realtà, visualizzano sentimenti e stimoli di vita in profondità di emozioni e di arte. La pittura di Francesca Lauria Pinter in tal modo si distingue dalla massa anonima dei pittori contemporanei che tendono portare all'assoluto le modeste intuizioni personali, peraltro correnti, per riuscire originali e convincenti; essa, invece, propone un modello di arte che affonda le sue radici nella vita, riflettendola attraverso sensazioni pittoriche, tratte dalla realtà, e quindi dalla figura, in una validità di linguaggio di unanime riconoscimento.


Rosaria Guadagno, 1992

I quadri della Pinter sono la nostalgia di una visione percepita, che nel ricordo poi si rafforza. Sono affidati all'immagine stati d'animo diversi, non facilmente percepibili, trattandosi di attimi fuggenti, in perenne movimento e che solo la fantasia può carpire, la fantasia dello spettatore che questi attimi ferma quando egli è davanti all'immagine. E allora, dietro cortine di colori in modulazioni vibranti che fingono la pioggia, si intravedono lievissime trame di case sussultanti sotto il peso degli scrosci. Oppure, è uno spiraglio su Montmartre, a percepire a stento i vocii di volti anonimi e lontani in direzione di un bistrot. Si tratta, ancora, di una campagna mantovana accecata dal sole o racchiusa in una scorza di colori abbacinanti nei toni acri dell'estate e reinventata poi d'inverno, con le sue torri, i suoi laghi e le mestizie della stagione. Una pittura magica, dunque, considerata la perizia nella costruzione dell'immagine - a volte macchie pulsanti di energia, in cui bisogna penetrare per scoprire come Leonardo che negli intonaci screpolati immaginava uomini armati pronti alla battaglia. Una pittura, quella di Francesca Lauria Pinter, che spezza lo spazio reale e fittizio.


Camillo Semenzato, 1995

"La bisaccia di colori, di forme, di idee, di sensazioni, di tenerezze e di esplosioni che Francesca Lauria Pinter porta con sè, questa bisaccia così colma e così preziosa, è di una lievità sorprendente, fatta di aria, di luce, di vuoti, di contemplazioni che si compenetrano come gli scintillii in una goccia di rugiada ... Nulla di incompiuto e di inesatto perché tutto è pervaso da una materia magica che non si opacizza mai, che non si degrada e che si affida alla sua impalpabile trasparenza per rispecchiare la realtà, per fermarla nella sua necessità di fluttuare, di alitare, di trasformarsi ... ».


Camillo Semenzato, 1995

Non è facile riassumere le caratteristiche e le qualità di un'artista come Francesca Lauria Pinter, talmente presente nelle sue opere da sembrare di poterla trovare ovunque, anche al di fuori di esse, ovunque c'è luce e c'è vita, e nello stesso tempo talmente sfuggente da non poter essere mai interamente afferrata. Abbiamo detto che essa è dappertutto, ma nello stesso tempo non potremmo mai dire dove si trova, perché nel momento in cui crediamo di averla presa, e di averle chiuso ogni scampo, essa è già lontana. Ci scivola tra le mani più mobile dell'acqua, più lieve dell'aria, più rapida del pensiero. Francesca Lauria Pinter ama le iridescenze delle bolle di sapone, i riflessi dei piccoli gioielli e quelli del cielo sterminato, le tracce della risacca, le piume dei nidi, gli stecchì sparsi nei sentieri. Può essere soffice e ruvida, nuvola e brace, supporto e vertigine, dedizione ed incoscienza, ansia e abbandono. Non costruisce con nessun programma, con nessuna pianificazione. Lascia che si levi il vento, e il vento la sollevi e poi la disciolga. Ma non sparisce, è sempre con noi. Dalla mattina al tramonto e nei labirinti della notte. Un'Araba Fenice? Una fata Morgana? Un tappeto volante? La sua bisaccia, aperta sulla magia dei giorni natalizi, contiene fiocchi di neve, scintillii di comete, muschi vellutati, e petali di fiori secchi, e petali di fiori appena recisi, gingilli, zampilli, terra fertile, spine miracolosamente inoffensive, lacci di malia, barattoli di fortuna, briciole di felicità, capanne e campagna. Come avesse una bellissima scatola di costruzioni da cui con abilità può uscire una calle veneziana, o un viottolo mediterraneo, oppure una veste di strega o una di sposa, o un manto da principessa, oppure ancora uno scampanio domenicale, una vacanza, una Pasqua, una fiaba. O anche un gioco domestico: il gioco della piova, il gioco del sereno, il gioco dei sorrisi, e (anche se più raro) il gioco del fuoco. C'è dentro, sempre in quella scatola, la più preziosa delle boccette, quella che costa di più, che altre bisacce non hanno: la boccetta dell'elisir che trasforma i sogni in realtà e la realtà in sogno. C'è nei suoi occhi e nel suo pennello una sorta di monelleria che sembra volere sempre farsi perdonare, un'audacia che ama nascondersi, velarsi, trasformarsi, ma solo per essere capita più lentamente e più intimamente. Indossa una veste di arlecchino fatta delle toppe più svariate, ora consunte, ora finissime, sempre tenute insieme da un'imbastitura di allegria e di bontà.


Enzo Santese, 1997

L'artista intesse nelle sue composizioni i sensi molteplici del rapporto tra la sfera emotiva dell'uomo e le ragioni della natura, per cui il paesaggio rifugge dalla dimensione memoriale per divenire sostanza di realtà interna, quella del soggetto creante, fatta di accensioni d'umore, ripiegamenti problematici, spunti di entusiasmo, attimi di incantata contemplazione dell'esistente. In questo modo il colore, la forma e la materia sono strumenti insieme fisici e simbolici dell'universo visibile e contengono anche latenze di quello invisibile. Un sottile gioco d'ombre avvolge in un'atmosfera irreale una realtà che, sostanzialmente, si ispira al quotidiano e la pagina pittorica appare progettualmente calibrata tra l'esigenza narrativa e quella evocati va. L'immagine talora rimanda a se stessa e, nel contempo, con le sue cadenze fisionomiche costituisce il ritmo della superficie che allude a un movimento sotto pelle appena percettibile. La figura umana è inserita nel paesaggio in modo tale da apparire un suo elemento imprescindibile e il quadro nasce da sovrapposizioni di colore e trasparenze, che danno alla pittura una profondità marcata da un segno fragrante di un senso magico, quello della campagna vissuta nei suoi tratti 8volutivi dentro la dimensione del tempo, che su di essa "colora" il proprio inesorabile cammino. Il problema della luce è sentito dall'artista come la questione portante della sua espressione; la combinazione di tinte "costruite" sulla tavolozza (quindi non travasate semplicemente dal tubetto sulla tela) inarca tra la pittura e lo sguardo del fruitore una linea di trasmissione di energie derivate sostanzialmente dalla forza luminescente dell'opera che, a volte, confina il quadro nella dimensione calda degli affetti privati e personali, capaci di conferire a questa espressione artistica - come a tutte quelle di sentimento - il tratto preciso di una specularità autobiografica con il pregio di essere godibile anche a chi quel tratto è estraneo. La densa umoralità dell'arte di Francesca Lauria Pinter vive sul valore strutturante del colore bianco che, anche quando risulta appena accennato, è decisivo nel determinare la luminosità del quadro, diffusa a raggiera da centri molteplici all'interno della superficie dipinta.

e ancora Enzo Santese nel 1997

Nella scansione degli spazi, moltiplicata dagli effetti di sovrapposizione e trasparenza, il dato cromatico di Francesca Lauria Pinter si offre a una lettura che lascia nel fruitore l'aroma della fisicità e, nel contempo, rimanda a sempre diverse dimensioni della fantasia e della sensibilità. Il punto di partenza può essere uno scorcio naturalistico o un angolo di città, ma il processo di trasfigurazione poetica conduce l'occhio a fissare combinazioni di luminosità intensa (e il pretesto è un tramonto o una nevicata), entro cui le "cose" rappresentate affermano la calda presenza di affetti privati, resi sulla pagina pittorica con il ricorso a una figuralità semplice, eppur vibrante nella materia e nella struttura compositiva. Se alcune seduzioni culturali hanno giocato un ruolo di sicura valenza formativa nell'opera dell'artista, esse sono state sedimentate e ricondotte in un alveo personale e pienamente riconoscibile.




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